Musicoterapia – Di cosa si tratta?

La musica ha sempre accompagnato l’uomo nella vita quotidiana ed è sempre stata utilizzata come mezzo comunicativo forte ed importante. Per riflettere sul valore socio- culturale che essa ha sempre posseduto e ha tutt’ora, possiamo ricorrere alla storia antica, alla Grecia o addirittura ci basta pensare al nostro “Essere” prima di nascere. Le ricerche di Tomatis (1981) e di Prechtl (1989) hanno dimostrato che dal quarto mese di vita intrauterina il feto coglie, a livello cocleare, i suoni della fascia di frequenza media, corrispondenti alla voce materna. Più precoce ancora è la capacità di percepire, attraverso i canali vestibolari, i suoni a frequenza bassa prodotti dall’organismo materno: questo è il primo contatto di ogni essere umano con il mondo intorno a sé e la mamma, è il primo veicolo di emozioni. Il sistema uditivo è il primo organo di senso quindi a formarsi e completarsi ed è lo stesso canale sensoriale che resterà privilegiato nella relazione madre-bambin, in quanto veicolo di suoni-emozione e risposte fisiologiche primarie che, solo dopo la nascita si avvarranno di altri sensi, i quali avranno comunque bisogno di altro tempo per maturare completamente. Inoltre le risposte fisiologiche e neurologiche al suono sono state indagate a lungo e sappiamo che la musica è l’unica attività capace di attivare simultaneamente diverse aree del cervello e questo è sicuramente un potenziale importante per quanto riguarda il suo utilizzo in campo riabilitativo e terapeutico. È scientificamente dimostrato che la musica è responsabile dell'attivazione di vaste aree cerebrali, sia corticali che sottocorticali, in entrambi gli emisferi, essendo per questo in grado di influenzare differenti funzioni, come il movimento, il linguaggio, le emozioni, la memoria, l’attenzione, le funzioni esecutive, il sistema nervoso vegetativo. Per questo motivo la musica, se utilizzata con consapevolezza, conoscenze e criterio, può essere capace di ridurre ansia, depressione, dolore, rafforzare le funzioni sociali, indurre modificazioni cerebrali (grazie alla plasticità cerebrale), attivare aree del sistema dei neuroni specchio (Koelsch, S. 2009. A neuroscience perspective on music therapy. Acad. Sci. The Neurosciences and Music III: Disorders and Plasticity, 1169, 374-384). Durante l’VIII Congresso Mondiale di Musicoterapia di Amburgo nel 1996, uno degli eventi che caratterizzò e delineò maggiormente la storia della musicoterapia, vennero riconosciuti cinque modelli mt e fu elaborata la seguente definizione: La Musicoterapia è l’uso della musica e/o dei suoi elementi (suono, ritmo, melodia e armonia) per opera di un musicoterapista qualificato, in rapporto individuale o di gruppo, all’interno di un processo definito per facilitare e promuovere la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, la mobilizzazione, l’espressione, la organizzazione ed altri obiettivi terapeutici degni di un rilievo nella prospettiva di assolvere i bisogni fisici, emotivi, mentali, sociali e cognitivi. La musicoterapia si pone come scopo quello di sviluppare potenziali e/o riabilitare funzioni dell’individuo, in modo che egli possa ottenere una migliore integrazione sul piano intrapersonale e/o interpersonale e, conseguentemente, una migliore qualità della vita attraverso la prevenzione, la riabilitazione o la terapia (Raglio, 2001, p. 71). Questa definizione è stata recentemente aggiornata e la Federazione Mondiale di Musicoterapia ad oggi definisce la MT come: […] l'uso professionale della musica e dei suoi elementi come intervento in ambienti medici, educativi e comuni con individui, gruppi, famiglie o comunità che cercano di ottimizzare la loro qualità di vita e migliorare la salute e il benessere fisico, sociale, comunicativo, emotivo, intellettuale e spirituale. Ricerca, pratica, educazione e formazione clinica in musicoterapia sono basati su standard professionali in relazione ai contesti culturali, sociali e politici (WFMT, 2011). Questo aggiornamento aggiunge ed enfatizza l’importanza del contesto culturale sia nella realizzazione di progetti musicoterapici individualizzati, che tengano conto dei bisogni della persona e che si basino sulla osservazione clinica e sulla valutazione dei risultati, sia nella formazione del musicoterapista, nei modelli e nelle pratiche applicati in ogni singolo paese (Vink & Hanser, 2018). Risultano infatti estremamente importanti sia la conoscenza della cultura musicale e sonora di appartenenza del gruppo o dei singoli con cui si lavora, in quanto medium della relazione, sia l’ambito in cui si opera. In relazione agli ambienti per cui si attuano e programmano gli interventi, siano essi medici, educativi o di comunità, il terapista dovrà essere capace di utilizzare le tecniche più idonee ed efficaci in relazione alla patologia, al disturbo, agli obiettivi e alle evidenze scientifiche e dovrà essere in grado di comunicare con l’équipe di lavoro conoscendone il linguaggio tecnico e utilizzando gli stessi termini, possedendo una formazione adeguata. Cercando di chiarire quanto appena dichiarato si può afferire che in un contesto riabilitativo, lavorando con pazienti con danno neurologico, il musicoterapista dovrà collaborare a stretto contatto con fisioterapisti, dei quali dovrà conoscere il lessico e dovrà poter comprendere e condividere gli obiettivi da raggiungere, le tecniche, i tempi e le modalità. Il musicoterapista in questione dovrà avere delle competenze in ambito clinico e neurologico e dovrà essere a conoscenza, ad esempio, delle nuove tecniche di Neurologic Music Therapy, che stanno riscontrando evidenti risultati in questo campo e che appunto utilizzano la musica come supporto al movimento riabilitativo. In ambito ospedaliero invece, ad esempio con bambin in età pediatrica, verranno utilizzate altre tecniche, scelte anche in questo caso in relazione al disturbo, alle caratteristiche del singolo e agli obiettivi, che possono variare da attività più pedagogiche, al songwriting (scrivere canzoni insieme al paziente utilizzando sia il canale verbale che quello sonoro) con finalità anche psicoterapiche in collaborazione con uno psicoterapeuta, ad attività di pura improvvisazione clinica. Per ognuna di queste tecniche il musicoterapista dovrà avere formazione specifica e dovrà essere in grado di effettuare una prima valutazione per progettare l’intervento, dovrà utilizzare protocolli adatti al visionare l’andamento delle sedute e l’iter terapeutico e dovrà poter dedurre da questi i progressi del paziente, quantificandoli ove possibile. Per poter fare questo la metodologia seguita risulta estremamente importante, e questa ci fa anche comprendere la differenza tra il fare musica ed invece intraprendere un percorso usicoterapico. Negli ultimi tempi sembrerebbe infatti vigere la convinzione che la musica è, a prescindere, un’attività positiva e che quindi la terapeuticità sia intrinseca nella musica stessa. Assolutamente no. La musica come veicolo di emozioni e ricordi, invece, oltre che come attivatore fisio-neuro-biologico, va utilizzata in modo consapevole, soprattutto in ambienti dove la “protezione emotiva” risulta avere un peso importante. In una macro suddivisione delle tecniche musicoterapiche possiamo utilizzare i termini attiva e recettiva, dove nella prima si inseriscono tutte quelle attività in cui il paziente è chiamato a suonare e partecipare attivamente alla produzione sonora, nella seconda dove viene utilizzata la somministrazione di musica preregistrata o suonata dal vivo, ma comunque in un contesto di ascolto da parte del paziente. Soprattutto in quest’ultimo caso si pensa che la musica sia un accompagnamento e quindi possa essere a prescindere piacevole. In questa credenza si perde innanzi tutto la consapevolezza del valore del silenzio, senza cui un reale ascolto empatico e di sé non può avvenire, e in secondo luogo si tralasciano osservazioni fondamentali. Cosa produce, ad esempio, uno specifico suono (timbro - intensità - altezza) in un cervello affetto da deficit neurologico? Il cervello di un* bimb* prematuro richiede l’utilizzo di sonorità specifiche se si vuole aiutare realmente la sua crescita: lo stesso cervello ha bisogno della voce materna e non di iperstimolazioni. Una persona che sta per subire un intervento chirurgico può ascoltare musica, evidenze scientifiche dimostrano la sua efficacia, ma quale musica? Il terapista sarà in grado di scegliere brani idonei in base alle caratteristiche degli stessi ma anche in base alla storia di quella persona: la musica attiva e fa rivivere ricordi ed emozioni, quindi dobbiamo essere consapevoli di quale storia stiamo andando a “riaccendere”. La Musicoterapia è quindi la relazione che si crea attraverso il linguaggio sonoro ma anche attraverso le competenze di un professionista qualificato, che sia in grado di ascoltare e sintonizzarsi anche sulle emozioni più profonde e dolorose e sia capace di veicolare, attraverso la relazione sonora, al cambiamento e/o al potenziamento, con costanza, regolarità, intenzionalità e progettualità, consapevole che: costante è una cosa solida, che resiste ai contrattempi, alla sfiducia, che non si lascia distruggere, che è consapevole della complessità della materia con cui tratta, che non confida nella rapidità del miracolo e non si espone pertanto allo sconforto distruttivo del fallimento. Costante è una cosa che si sa di poter ritrovare, in un certo tempo, in un certo luogo (Postacchini, 1997, p. 130).

Tratto dalla tesi di Master in “Tutela, diritti e protezione dei minori” a.a. 2019/2020 “Sonorità Diadiche” La Musicoterapia come sostegno alle relazioni madre-bambin* in comunità di Nobili Francesca