Martine

La piccola Martine ha sette anni ed è al suo primo anno di scuola, nella nuova primaria di Dissin, Burkina Faso, ai confini con il Ghana. Mi prende la mano al termine della cerimonia d’inaugurazione della scuola e non me la lascia più. Non ho nulla con me. Solo la mia fotocamera digitale, con la quale scatto ritratti stupendi, come tutti gli attimi in cui si colgono i visi dei bambini. Che si chiama Martine me lo dice lei. Poi nulla di più. Ha due occhi grandi e scuri, silenziosi e quieti. Di una mitezza che non si trova negli occhi dei nostri figli. Mi rammarico di non avere qualcosa da donarle, ma poi mi rendo conto che ha più valore farci compagnia per un po’. Magari la prossima volta le porterò un dono pensato apposta per i suoi sette anni a Dissin. E’ molto difficile donare qui in Africa. Specie ai bambini che s’accapigliano e litigano violentemente fino al male fisico, anche feroce, per una caramella, un cappellino, una maglietta.

Martine mi ha seguita fin dentro al bar dove gli adulti consumano un rinfresco inaugurale, chiaramente vietato ai 360 bambini della scuola. Altri bimbi ci seguono e vanno, come noi, a lavarsi le mani ad una fontana. Poi, sapendo di non poterli far sedere con me sotto il portico, lascio Martine giocare alla fontana e prendo posto, quello più esterno, al piccolo convivio self service, a base di fagioli fritti, pollo e birra.

Tengo d’occhio i piccoli alla fontana. Tra poco si stancheranno di giocare e fileranno a casa con i loro zainetti della scuola. Poco dopo passa Martine da sola, con la sua busta di plastica gialla. “Martine – la chiamo a bassa voce – tu peux venir!”. Mi sono seduta su un gradino del portico. Conto che nessuno faccia molto caso a noi, a quella coppia improbabile, che non è formata da due amiche, né da due sorelle, né da madre e figlia. Ma siamo io e Martine. Ci siamo tenute la mano per una buona mezzora fino a qualche istante fa. Si siede accanto a me. Ho appena finito di mangiare. Lei non ha  ancora pranzato. Nel suo sacco giallo ha una lavagnetta e due barattoli vuoti. Alla fine del pranzo servono le arachidi. Mi sembra siano tutti sazi e le arachidi restano sul tavolo di portata. Mi alzo e ne prendo tante quante riesco a tenerne in un pugno, per due volte. Le regalo a Martine che ne apre una e me la porge. “No, c’est pour toi, mon  amie!”. Lei sorride ma insiste perché ne prenda almeno una. Il resto lo mangia piano, in silenzio. Le gusta con la calma dei bambini, che sono senza tempo. Poi vedo un ragazzo del nostro gruppo che si scambia l’indirizzo con un nostro amico burkinabè. Ha in mano una penna. Gliela sfilo in un lampo. “Poi te ne rendo una appena rientriamo alla missione”, gli dico al volo. Non sono certa né che mi abbia sentito, né che sia riuscito a finir di scrivere ciò che doveva. La regalo a Martine che di penne non ne ha. Ne abbiamo portate tante, per la verità, alla scuola. E saranno i maestri a distribuirle, ma volevo lasciare qualcosa di speciale a Martine, perché mi ricordasse per quando tornerò.

La storia di Martine avrei potuto replicarla cento, mille volte, con gli stessi gesti, gli stessi sguardi di cento, mille altri bambini. E’ una storia come tante. E’ una storia che vale per tutti, ma la mia mano sinistra, quella dalla parte del cuore, quella cui tengo di più, la tiene ancora Martine. E’ quella che tante cose non le sa scrivere.

Tratto da “Ti rimane negli occhi”, 2018, casa editrice Montag, di Fabiola Caporalini