Immagine dell’opera “Tempo sospeso senza spazio” gentilmente concessa dall’artista Elena Bettucci

Mamme in comunità

Il periodo della maternità è sicuramente un periodo fisicamente ed emotivamente complesso per ogni donna, più precisamente per ogni nuova coppia genitoriale ed ogni famiglia. Le problematiche che attualmente la donna si trova ad affrontare sono però diverse e più complesse rispetto a quelle di qualche decennio fa e sicuramente si alimentano di ed in una società che non solo non riesce ad alleggerirle ma che sembra non volerle vedere. La donna ormai sa che diventare madre potrebbe voler dire perdere il lavoro e la propria autonomia; trovarsi da sola, non avendo la famiglia di origine vicina ad esempio, ad affrontare le difficoltà della nuova vita in arrivo; non avere il tempo di godersi la maternità e, ancor peggio, non poter avere quel tempo di cui si ha bisogno per ascoltarsi ed imparare ad ascoltare, quel tempo che deve scorrere con la propria pulsazione e non può e non deve essere scandito dalle richieste della “società che non vede”. La maternità cambia non solo ciò che la donna è, ma cambia le aspettative che il mondo ha su di lei e queste pesano come un vincolo che non si voleva e doveva avere. Se a questo peso di essere sole, senza rete sociale ed amicale, senza famiglia, senza serenità economica, si aggiunge una nascita “inaspettata”, un figlio malato, un compagno violento? Le braccia delle donne diventano altro, tutt’altro di quello che dovrebbero essere: non sono più fatte per cullare ed abbracciare, ma diventano braccia che devono proteggere, che non sentono la stanchezza, che non recepiscono più neanche il dolore, braccia che non sentono più. Quelle braccia non sono altro che le prime piccole estremità di un corpo che nel tempo soffocherà nel dolore la propria capacità di percepire, ed a volte anche quella di cullare, di ascoltare, di vedere. Durante quest’anno di formazione la sottoscritta molte volte si è trovata a sentire che il dolore delle mamme, seppur in storie così diverse, risulta essere il medesimo, come lo sono la rabbia, il dolore, la disperazione. La mamma di un* bimb* disabile, la mamma vittima di violenza, la mamma troppo stanca e sola, spesso mostrano lo stesso bisogno di cure e di ascolto, lo stesso bisogno di riposo. Ovviamente i percorsi riparativi delle ferite originarie devono essere diversi e non si vuole con queste righe mettere in discussione le differenze riconoscibili e riconducibili alla storia personale di ognuno, ma si ritiene opportuno riflettere su quante cose, però, potrebbero cambiare se l’attenzione di ognuno di noi venisse potenziata, se l’ascolto fosse più profondo. Di certo la vittimizzazione secondaria, presente in ognuna delle storie citate, diminuirebbe, la rete informale verrebbe rafforzata e la solitudine provata, abbattuta. Le mamme incontrate in comunità sono donne “sopravvissute” a storie di abbandono, violenza, prostituzione, sono mamme che non vedono alcune mancanze con i/le loro figli* perché sono quelle stesse mancanze che hanno vissuto e forse cercato di dimenticare, sono quei buchi neri nella memoria e nell’esperienza che nessuna maternità potrà far tornare in superficie, perché se non risolti alcuni dolori appaiono più forti di qualsiasi luce, anche quella della maternità. Quando si cammina per i corridoi degli ospedali pediatrici, col tempo, si imparano a riconoscere dagli occhi delle madri molte più cose di quante se ne possono trovare scritte in cartella, si riescono a quantificare la paura, il dolore e la rabbia, e questi stessi occhi spesso si trovano in comunità. Le reazioni, le capacità, la resilienza di queste madri sono differenti, perché le loro storie sono differenti: da un lato madri spesso lasciate sole dopo la nascita del figlio imperfetto, dall’altro madri imperfette perché lasciate sole nella loro esperienza di figlie. A confermare le analogie tra queste esperienze di maternità, vi sono le ripercussioni che le stesse hanno sul legame di attaccamento di figli e figlie. Ricerche affermano che le conseguenze di storie traumatiche di malattie dei figli, infatti, concorrono anch’esse alla strutturazione di un legame di attaccamento insicuro, come le esperienze traumatiche di abbandono o negligenza genitoriale che vengono conosciute nelle Comunità residenziali. Studi condotti su campioni di bambini affetti da malattie di diversa natura, rilevano differenze nella distribuzione delle categorie di attaccamento ottenute in questi campioni, rispetto a quelle che caratterizzano i campioni di bambini sani (Cassibba, Ijzendoorn, 2005, p.129). Le implicazioni psicologiche di queste situazioni di malattia sono estremamente diverse e variano, in intensità e durata, in base alle risorse psicologiche e del supporto sociale di cui i genitori possono e sono in grado di disporre (Williams, Walters, Shaffer, 2002). Le madri che camminano in salita controvento sono donne che devono fare i conti con il senso di colpa, la propria storia di figlie e la solitudine, quindi dietro di loro c’è sempre un dovere sociale, che a volte non viene né recepito né adempiuto, che è quello dell’accoglienza, del sostegno e della fiducia. Ogni madre, come ogni essere umano, ha bisogno di sentirsi capace e di avere qualcuno che creda nelle sue capacità, ha bisogno di essere accompagnata, accolta ed ascoltata. Le madri, qualsiasi sia la loro provenienza e la loro storia, se non sostenute dalle proprie famiglie, vengono lasciate sole e molto spesso nella solitudine non si trova la forza di risalire. L’obiettivo che la Comunità invece si pone, è proprio quello di accogliere queste donne ed accompagnarle in vetta, insieme ai propri figli e figlie.
Tratto dalla tesi di Master in “Tutela, diritti e protezione dei minori”
a.a. 2019/2020
“Sonorità Diadiche” La Musicoterapia come sostegno alle relazioni
madre-bambin* in comunità di Nobili Francesca