L’ultimo figlio

Issaka è nato in un letto d’ospedale, come la maggior parte dei figli. Non è cresciuto nel mio ventre, ma nel mio cuore, nei miei pensieri, che si erano già fatti più lenti e riflessivi, verso un orizzonte ampio e ormai quieto, in quel momento in cui l’età non cresce più, insieme al corpo, in verticale, ma s’allarga, s’apre, s’espande. S’allargano i fianchi anche in assenza di una gravidanza, si rallentano i passi, ci si sente più spossati. Insomma l’età in cui il corpo si comporta un po’ come se si stesse di nuovo per diventare madri. Ed è quello che è capitato con Issaka.

Il primo istante in cui lo vidi, tutto somigliava ad una nascita, anche se lui era già un adulto: le lenzuola bianche, le evidenti macchie di sangue, qualcuno accanto al letto. Ma la vita non prendeva vigore ad ogni istante, come accade con la nascita. Languiva, si affievoliva nel dolore, nella sofferenza della sua amputazione. Era comunque un istante in cui si concentrava tutta l’incertezza del futuro, proprio come quando si viene al mondo, aperti a mille possibilità di cui non si sa nulla. Di un bambino che nasce non ci si domanda se camminerà, correrà o giocherà. Si presuppone che lo farà. Lo si dà per scontato, implicito nella forza della natura e della vita. Issaka non sapeva, assorto nel dolore, se avesse camminato e neanche come lo avrebbe potuto fare. Per la prima volta nella sua vita si chiedeva se fosse stato possibile e se fosse faticoso. Avrebbe lavorato ancora e come? Domande che alla nascita non ti fai e che probabilmente non sono neanche nei pensieri di chi ti è accanto. Ma quella mattina di ottobre, negli sguardi vacui e afferrati dalla sofferenza, tutti si ponevano le stesse domande, con in più quella buona dose di terrore dovuta al fatto che ogni risposta negativa avrebbe coinvolto la vita di molti, fino a schiacciarla sotto un peso insopportabile.

Il giro dei letti dei malati era quasi terminato. Il mio sguardo si fece volutamente sfuggente, il passo più lungo, per non indugiare su quella ferita così viva, che nessuno avrebbe mai paragonato ad una ferita da parto, ad un taglio cesareo. Per me lo è stato. Per Issaka è stata la precisa volontà, assunta con accettazione, di uno strappo feroce che ti salva la vita, che è come se te la desse nuovamente. In fondo anche un taglio da parto è indispensabile per salvare una vita. E così la sua immagine è restata impressa nella retina del mio occhio sinistro, che volgeva repentino lo sguardo verso la luce, fuori dallo stanzone, via da quel letto, via dall’impronta rossa sulla garza bianca, verso l’aria calda da respirare.

In realtà non volevo indugiare su quel dolore così personale, di quell’uomo, di quella famiglia. Mi sono sentita colpevolmente in piedi davanti a quell’essere umano disteso nel pensiero di un abbandono, di una perdita, di una sconfitta, nel buio delle profondità a venire.

La sera venne il suo medico nei nostri alloggi di volontari della cooperazione internazionale, il chirurgo che aveva eseguito l’intervento. Arrivò, come al solito, poco dopo il pasto serale, quando eravamo tutti esausti ed io avevo appena terminato di lavare i piatti. Ci chiese del nostro programma della giornata e se avessimo visitato il centro medico. Alla mia risposta affermativa mi guardò dritto negli occhi con la potenza evocativa di un griot e disse lentamente: “C’è un uomo, lo hai visto? Un uomo a cui ho dovuto amputare una gamba”. Silenziosamente mi sedetti accanto al chirurgo, solo con l’intenzione di riposarmi un attimo e riprendere fiato. In realtà mi misi semplicemente all’ascolto delle sue parole, delle parole che lui aveva bisogno di dire, di quelle che io avevo la disponibilità di accogliere.

“Si chiama Issaka – disse nel suo italiano quieto, accorto, preciso - Lavorava in Costa d’Avorio. E’ dovuto rientrare per una cancrena alla gamba sinistra. Ha avvolto la gamba in un’imballatura fatta di sacchi di iuta, di modo che non si sentisse l’odore pungente della decomposizione. Ha cambiato molti mezzi di trasporto, perché il tanfo si diffondeva presto e lo costringevano a scendere. E’ solo e dunque è voluto tornare qui per curarsi. Qui lo ha accolto e aiutato sua sorella, la donna che avrai visto accanto al suo letto. Lei non si muove da lì. Ha pagato, non so come, l’intervento, lo sta assistendo perché la gente della sua famiglia vive in un villaggio a 200 chilometri. Non è sposato e non ha figli. Sua sorella non potrà seguirlo a lungo, perché ha un marito, due figli e un’attività di commercio. Lei dovrà tornare alla sua vita e anche lui. Non può restare con sua sorella e la sua famiglia. Questo creerebbe certamente un problema col marito. Lui potrà tornare al suo villaggio, ma avrà bisogno di una protesi alla gamba per essere autonomo”.  Sapevo che il discorso, breve e conciso, aveva avuto solo lo scopo di fornirmi un quadro chiaro ed essenziale, sufficiente per rispondere a quella che era un’evidente richiesta di aiuto. Mi alzai perché la moka del suo consueto caffè serale borbottava. Andai silenziosamente in cucina per versare il caffè. Tornai a sedermi e domandai se ci fosse un centro protesico in città a cui si poteva dare l’incarico di confezionare una protesi ben fatta. Alla sua risposta affermativa chiesi se ne conosceva pressappoco il prezzo e se avesse potuto occuparsi di tutto lui in mia assenza. Mi disse l’ammontare dell’impegno economico e poi mi disse sì, che certamente se ne sarebbe occupato lui. Poi fu il mio turno e dissi sì anche io ed accettai di realizzare la protesi per colui che sarebbe diventato mio figlio. 

Per mesi, dopo il mio ritorno in Italia, mi scolai, dapprima tutte le foto dell’amputazione, della ferita aperta che doveva drenare, infine delle suture praticate e della cicatrizzazione del moncone. Mi sembrava quasi di averlo assemblato io, nei miei pensieri, quel povero diavolo smilzo da far paura, alto e allampanato e sofferente in un modo indicibile, ad ogni visita, ad ogni medicazione. L’ho poi visto in piedi con le stampelle, ho visto i video in cui arrancava. Ho iniziato a inviargli lettere d’incoraggiamento, piccoli regali, biglietti colorati, origami, la prima copia che regalai de Il piccolo principe in francese. Gli piacque infinitamente, coinvolgendolo in un modo speciale. Credo apprezzò la delicatezza e la poesia con cui si descrive l’amicizia, un rapporto che vedeva concretizzarsi nella sua vita. In seguito mi chiese altri libri e glieli ho sempre mandati. Anche oggi, se entro in una libreria, penso sempre ad ordinare una copia di un romanzo in lingua francese.

Quando fu pronto, benché ancora a tratti la scontrosità della sua sofferenza gli facesse saltare qualche visita di controllo o qualche appuntamento dal medico, iniziammo a lavorare sulla protesi. E’ sempre stato così Issaka, ha un tempo suo. A volte è veloce, a volte più lento e riflessivo. Amo lasciargli il tempo per ogni cosa. Più tempo gli dono e più ne acquisto. Lui è la mia capitalizzazione del tempo. In realtà non lo misura, ma ti rende comunque un grande valore. Lo moltiplica, lo allarga, lo espande, come la vita appunto. Mi ha donato anni preziosi quel ragazzo, giorni fatti di riflessioni, ma anche di allegria, di grandi successi, di energie inesauribili e di una tenacia rara. Una tenacia che non si disperde, che resta sempre concentrata sugli obiettivi. Una volontà ferrea, forgiata come si modellava quell’arto altrettanto indistruttibile, non più di carne e ossa, ma di un materiale ben più coriaceo che non subisce offesa. 

Lo rincontrai soltanto l’anno seguente, durante il viaggio successivo, quando già camminava con la protesi e avevamo gli occhi talmente gonfi di gratitudine lui e di commozione io, che a stento riuscimmo a parlare. Passarono minuti prima che tutta quell’emozione si sciogliesse in una festa quasi di famiglia, con sua sorella, i nipoti, gli altri volontari e cominciammo a ragionare insieme del suo futuro, della sua possibile attività professionale al villaggio e gli lasciai un cellulare in regalo col mio numero.

Nel dicembre di quell’anno ricevetti i suoi auguri di Natale e iniziamo a scriverci lunghi messaggi, racconti intensi di vita, pieni di desideri e di speranze e continuiamo ancora oggi. Ma ci fu un messaggio in particolare, che, pur ormai perso nell’etere delle comunicazioni costrette dalla distanza e dalla mediazione dei dispositivi, ha segnato la storia delle nostre vite. Un messaggio breve, semplice e lineare, in francese, nel quale mi chiedeva se volevo essere la sua mamma. Mi domandai a lungo il significato di quella richiesta. In Africa siamo tutte "mamans", così chiamate in segno di rispetto, appena la nostra età apparente sembra consona a tale appellativo. Si è la maman di tutti, ma solo in senso figurato. La sua richiesta mi sembrava differente. Anche una profonda gratitudine per chi ti ha molto aiutato spinge spesso qualcuno a chiamarti mamma, anche se non lo sei, anche se una mamma naturale c’è e il suo appellativo si associa a te per l’importanza che hai avuto nelle vite che hai contribuito a migliorare. Ma Issaka mi disse esplicitamente che da molti anni era orfano di madre, che era lontano quando lei era venuta a mancare e che non aveva potuto salutarla. Che l’aveva seppellita nel villaggio, non lontano dall’abitazione di famiglia, come da tradizione. C’erano certamente tante motivazioni nella sua richiesta, la fiducia, la gratitudine, la riconoscenza, il desiderio di ricambiare l’affetto ricevuto, ma lui, nella sua nuova fragilità, che lo aveva riportato a sentirsi in una condizione di bisogno, come quella di un bambino, nonostante la sua età, chiedeva il diritto di avere una madre che si occupasse di lui. A quasi 50 anni avrei dovuto fare da madre ad un uomo di 40. Impensabile per noi occidentali. La stessa legge italiana non lo consente. Provai a spiegarlo. “Non importa - rispose Issaka - non mi serve un foglio che mi dica che tu sei mia madre. In ogni caso io non ho neanche i documenti per poterlo fare”. Avevo un figlio, un figlio senza documenti, dunque un figlio che non esisteva, ma che era mio. E dissi di sì. Ancora oggi mi chiedo la motivazione di quella risposta. Probabilmente solo perché non avevo motivo di dire di no. Lui mi accettava con tutti i miei limiti che già conosceva, con tutto ciò che potevo dare e con ciò che non potevo. Prendeva me, i miei impegni, le mie volontà e le mie mancanze, un figlio che già avevo, e quindi per lui suo fratello, le mie scelte, il mio modo di vivere, che nessuno conosceva meglio di lui. Siamo diventati famiglia nel 2019. Poi la pandemia ha impedito di rivederci, ma noi facciamo famiglia comunque. Ci sentiamo ogni giorno, costruiamo ogni giorno, lavoriamo insieme, ci consigliamo, prendiamo piccole e grandi decisioni. Abbiamo costruito insieme una casa, avviato due piccole attività lavorative, iniziato a seguire le prime adozioni a distanza nel suo villaggio, perché è sua precisa convinzione che il bene ricevuto vada restituito.

di Fabiola Caporalini