Pagliari-boys make Leeds’ dream

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Si fanno apprezzare anche all’estero i calciatori targati Player Management. A Leeds, nell’intrigante Championship inglese, Mirco Antenucci e Giuseppe Bellusci hanno conquistato tutto l’ambiente. Giocano, segnano, esultano in scivolata ad un metro dai tifosi e sognano la scalata alla Premier League. Entrambi si sono confidati a Tuttosport in un’interessante intervista doppia.

ANTENUCCI

«Di maglie ‘pesanti’ me ne intendo, dato che ho giocato nel Toro. E il Leeds non scherza…». Sorride Mirco Antenucci, approdato in Inghilterra dopo i 19 gol a Terni per ripetere l’impresa vissuta in granata: riportare nel massimo campionato una squadra dal passato illustre. Il Leeds ha vinto tre titoli (1969 1974 e 1992) e in quegli anni ‘70 in cui dominava il calcio inglese arrivò anche in finale di Coppa Campioni e Coppa delle Coppe e vinse la Coppa delle Fiere nel 1968 e, contro la Juventus, nel 1971. «Ci proviamo noi italiani a farlo risalire: il presidente Cellino ha grande competenza e ambizioni importanti, e il ds Salerno è una garanzia».

Dalla B di Terni alla Championship di Leeds in pochi giorni: come descrive l’atterraggio?
«Morbido, anche se c’è stato un cambio di allenatore (da Hockaday allo sloveno Milanic, ndr) l’ambientamento è stato senza ostacoli».

Anche con la lingua?
«Pian piano si migliora: non è l’inglese che ho studiato a scuola, ma riesco a farmi capire».

Quale realtà sta conoscendo?
«Leeds è una città sorprendente, con un centro affascinante, e i ristoranti italiani azzerano la nostalgia a tavola. La squadra, complici i tanti stranieri, è meno ‘inglese’ rispetto alle altre: prima delle gare andiamo in ritiro, ma il menu non è il classico riso-pollo-crostata, c’è più libertà. I calciatori italiani sono rispettati: non c’è più la nomea dell’italiano ‘cascatore’, anche perché qui fischiano solo i contatti veri».

In Italia tutti conoscono la Premier, mentre la Championship è quasi sconosciuta.
«Peccato, è un campionato a 24 squadre con realtà di ogni tipo. Il livello è competitivo, si viaggia a mille all’ora come piace al pubblico. Qui gli stadi sono sempre pieni, non trovi mai meno di 15.000 spettatori, e a Leeds facciamo 30.000 di media, un dato da fare invidia a mezza serie A…».

Qual è il segreto?
«In Inghilterra c’è poco calcio in tv, il tifoso che vuole seguire la propria squadra deve andare allo stadio. E poi qui la partita dura ‘solo’ 90 minuti, non ci sono moviole e talk show: tutti aspettano il sabato e lo vivono in modo passionale. Gli inglesi tifano anche quando le cose vanno male, e per chi non è abituato, giocare con la gente a tre metri di distanza fa impressione».

Le manca l’Italia?
«A Terni stavo benissimo ma un’avventura in una realtà come Leeds è un treno che passa una volta sola. Poi qui c’è la mia compagna, che fra pocbhi giorni darà alla luce la nostra prima figlia: nascerà a Leeds, un motivo per cui mi porterò questa esperienza nel cuore. Seguo il calcio italiano, vedo la Roma favorita per lo scudetto, e tifo sempre per il Toro: risalirà in campionato».

Come giudica il vostro inizio, da 11° posto ma con il primato a soli 6 punti?
«Abbiamo perso qualche punto per strada, ma è fisiologico per una squadra tutta nuova. Fin qui ho segnato due reti, posso fare meglio».

BELLUSCI

A 25 anni, Giuseppe Bellusci vive il momento più felice della carriera, da giocatore che in Inghilterra ha trovato il proprio habitat: a Leeds era arrivato in prestito, ma dopo una settimana il club aveva già esercitato il diritto di riscatto, e per i tifosi di Elland Road il difensore calabrese è già “The Warrior”. «Mi dicono che sembro un giocatore inglese anche nell’aspetto esteriore» scherza l’ex Catania, dalle cui parole emerge una punta di rimpianto: «Forse mi è mancato un po’ di coraggio, avrei dovuto scommettere prima su un’esperienza in Inghilterra. Quando in estate il mio procuratore Silvio Pagliari mi ha prospettato il trasferimento a Leeds, è scattata una scintilla. La miglior scelta della mia vita».

A Leeds si è scoperto anche bomber…
«In due mesi ho segnato due gol, dopo averne fatto uno in cinque anni di serie A. E ho sfiorato il gol della vita: contro l’Huddersfield ho fatto 60 metri palla al piede, ma il pallonetto è finito sulla traversa: per fortuna Antenucci ha ribattuto in rete…».

Si aspettava un avvio così positivo?
«No, ma ero ottimista, in un club guidato da presidente italiano come Cellino, sempre molto presente, e in una culla storica del calcio inglese. Dopo la firma, decine di tifosi del Leeds mi hanno incoraggiato su Facebook».

Ed è diventato un idolo di Elland Road anche per un gesto molto apprezzato.
«Nel riscaldamento contro lo Sheffield Wednesday, un mio lancio lungo è finito fuori campo, e il pallone ha toccato un tifoso in sedia a rotelle. A fine gara sono andato da lui per regalargli la maglia: si è commosso ed è scattato l’applauso di tutti».

Come procede il suo ambientamento?
«In campo ho trovato un gioco basato su dinamismo e aggressività, le mie stesse peculiarità. Fuori dal campo, la lingua è un ostacolo, ma sto recuperando: noi italiani ci stiamo organizzando per frequentare corsi tutti assieme. Ma se questo è il prezzo da pagare, lo faccio volentieri: giocare di fronte a 30.000 persone, con 3.000 tifosi che ti seguono in trasferta anche a 600 km di distanza, è meraviglioso».

Cosa le manca dell’Italia?
«La nostalgia c’è, ma è limitata, e fra un mese mia figlia Emma nascerà qui. Mangiamo italiano, perché ogni mese riceviamo le ‘scorte’ di pasta, olio e sughi dall’Italia. Non seguo molto la serie A perché devo studiare gli avversari della Championship. Qui ci sono poche gare in tv ed è più difficile conoscere le altre squadre, ma è il motivo per cui c’è sempre tanta gente allo stadio: il calcio è tutto nelle due ore di partita, per questo l’ambiente allo stadio è così speciale».

Se sogna ad occhi aperti si vede in uno stadio di serie A o di Premier?
«Premier. Mi hanno chiesto cosa avrebbe dovuto fare un club italiano per riportarmi in serie A, ho risposto: non doveva farmi venire qui. Non ho rivalse contro nessuno, e non dico che resterò qui per tutta la vita. Però non mi sono mai sentito a mio agio come su un campo inglese».

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