Giulio Donati interviewed by Goal.com

Giulio Donati ha concesso una lunga intervista ai microfoni di Goal.com. Eccola di seguito.

Come va con la tua spalla? Hai pienamente recuperato dall’infortunio che ti ha tenuto fuori più di un mese prima della pausa invernale? “Sto bene, sono totalmente a disposizione e non abbiamo voluto forzare un rientro prematuro a fine girone d’andata, visto che a dicembre mancava una sola partita prima della pausa. Ho avuto la possibilità di fare una buona rieducazione e sto bene, dispiace però aver saltato 6-7 partite perché nell’ultimo periodo avevo trovato una certa continuità, sia in Champions League sia in Bundesliga. L’importante è che la squadra sia rimasta in buona posizione di classifica, siamo ancora terzi e abbiamo tutto il girone di ritorno da giocare per consolidare questa posizione che ci permetterebbe di qualificarci in maniera diretta alla prossima Champions League”. 

Come giudichi la tua stagione finora, anche alla luce di quella passata per te così positiva? “All’inizio ho trovato un po’ di difficoltà e non ho giocato molto, ma nonostante tutto siamo rimasti molto affiatati nello spogliatoio: la nostra forza è quella di essere un bel gruppo, che crede nel proprio gioco. Difatti quando ne ho avuto la possibilità mi sono fatto trovare pronto, e questo anche grazie ai miei compagni che sono stati sempre molto disponibili. Sono soddisfatto ma abbiamo ancora molto da fare, sia come squadra sia a livello personale”.

Raccontaci un po‘ come è la tua vita in Germania e cosa è cambiato rispetto a quella che conducevi in Italia da quando sei qui.  “Basta guardarsi intorno: un po’ mi manca il clima e il sole che c’è in Italia, perché qua ce n’è veramente poco. Tra l’altro quest’anno fa anche più freddo rispetto all’anno scorso: mi mancano il clima, il mare, gli amici, la famiglia, ma per il resto quest’anno va tutto meglio. Anche con la lingua ho fatto passi avanti e anche in città inizio a capire le cose e a orientarmi meglio. Anche quando ci sono i giorni liberi mi trovo molto meglio, il mio ambientamento procede bene”.

Come andiamo col tedesco? Hai chi ti insegna? Chi è? Quante volte alla settimana? “Quest’anno parlo molto di più in tedesco, mentre l’anno scorso parlavo di più in inglese, anche con i miei compagni in spogliatoio. A casa invece ho una professoressa che mi fa lezione una, due o tre volte alla settimana, a seconda degli impegni che abbiamo anche con la Champions League. È un mix di esperienza diretta sul campo e di insegnamento che mi sta permettendo di avvicinarmi sempre di più al tedesco”.

E per quanto riguarda il calcio? Ormai la Bundesliga la conosci bene: cosa ti piace di più di questo campionato? “È un campionato molto appassionante per i tifosi, e lo si vede dal fatto che gli stadi sono sempre pieni, e questo lo avvertono anche i giocatori, visto che l’atmosfera è sempre molto bella. E poi anche il livello cresce di anno in anno, e questo è un bene per il campionato ma anche per i singoli giocatori, che hanno la possibilità di affrontare avversari di ottimo livello”.

Di campioni in Bundesliga in questo momento ce ne sono tanti: quale giocatore ti ha impressionato di più finora e perché? “Di sicuro Ribéry l’anno scorso, anche se di quella squadra si può scegliere un nome a caso, sono tutti fortissimi. Anche Robben: sono giocatori formidabili che in Italia ora scarseggiano, speriamo di tenerci quei pochi che sono rimasti. C’è Pogba della Juventus che è davvero un fenomeno: la crisi economica però si sente, qui in Germania sono favoriti da questo punto di vista e si vede dal fatto che il livello di gioco cresce ogni anno”.

Anticipo una domanda sul calcio italiano. All’Inter sono arrivati due ottimi esterni come Lukas Podolski e Xherdan Shaqiri: cosa ne pensi del loro arrivo? “Podolski finora l’ho visto solo in televisione, mentre Shaqiri lo abbiamo affrontato l’anno scorso. È un gran esterno, tecnico e rapido. Penso che possano fare bene entrambi, anche perché saranno molto motivati, visto che nell’ultimo periodo avevano trovato meno spazio, quindi per entrambi sarà un po’ una rivincita. Credo siano state due buone operazioni e che si tratti di due ottimi giocatori per il calcio italiano”.

Trovi che in questo momento il calcio tedesco sia superiore a quello italiano? E se sì, da dove può ripartire il calcio italiano per accorciare le distanze?  “In questo momento il gap c’è e non ci possiamo nascondere. È anche vero però che quando le squadre italiane, come anche la nazionale, giocano partite secche, sono sempre difficili da battere: siamo maestri in termini di tattica e motivazione. Il fattore economico qui è decisivo, perché ti permette di investire in giocatori adulti e nel calcio giovanile: detto questo, noi italiani dobbiamo imparare molto in termini di organizzazione e strutture, che permettono anche a un giocatore giovane di crescere con tutto quello che gli serve a 360 gradi, come ad esempio l’integrazione tra scuola e allenamenti”.

Quali sono i tuoi obiettivi personali per questa stagione con il Bayer? E quelli della squadra? “Per la squadra l’obiettivo è arrivare il più avanti possibile in Champions League, anche se contro l’Atlético, che l’anno scorso ha raggiunto la finale, non sarà facile. Loro sono una squadra molto compatta e abituata a giocare in un certo modo. Lo stile di gioco è abbastanza simile al nostro, fisico e pressing, anche se loro hanno anche grandissime doti tecniche. In campionato l’obiettivo è centrare la qualificazione in Champions League, e in Coppa di Germania arrivare il più avanti possibile. Senza fare tanti calcoli dovremo cercare di vincere le partite che contano, anche in campionato, dove nel girone d’andata a volte abbiamo lasciato alcuni punti per strada. A livello personale invece vorrei fare bene e giocare con continuità per poi essere a disposizione della squadra”.

Anche Ciro Immobile sta facendo un po’ fatica a trovare spazio nel Borussia Dortmund. Pensi che questo sia legato al momento difficile di tutta la squadra, oppure è uno scotto che ogni giocatore che deve ambientarsi è tenuto a pagare? “Penso che le sue difficoltà siano legate al momento della squadra, perché ad esempio l’anno scorso io sono arrivato in una squadra che stava bene e che ha fatto una grande prima parte di stagione, e anch’io di questo ne ho beneficiato riuscendo a inserirmi immediatamente. Poi il mister o lo staff con me hanno fatto un grande lavoro, visto che in precampionato mi hanno spiegato in maniera dettagliata ogni singolo aspetto del nostro modulo di gioco. Conosciamo Ciro e le sue qualità, le ha dimostrate l’anno scorso ma anche quest’anno in Champions League e non solo in Bundesliga, ma quando le squadre fanno fatica anche i giocatori più forti ne risentono, a calcio si gioca in undici e tutto deve essere armonico per permettere ai giocatori di esprimere le loro qualità individuali”.  

Rimaniamo un attimo sul Borussia Dortmund che, oltre ad essere la vostra prossima avversaria in campionato, affronterà la Juventus in Champions League. Come la vedi? In che modo la Juventus può mettere in difficoltà i gialloneri? “Sarà una partita tra due squadre che giocheranno come al solito alla morte, tra un Borussia che in Champions League è andato in maniera opposta rispetto alla Bundesliga, ottenendo grandi risultati, e una Juventus che come al solito sta facendo benissimo in Italia e che ora è chiamata a dare una dimostrazione di maturità anche in Europa. Allegri sta continuando il percorso iniziato da Conte, pur con un po’ del suo e di diverso: io vedo una Juve pronta, e da italiano farò il tifo per i bianconeri. Di certo sarà una partita molto combattuta”.

Hai visto gli ultimi derby dell’Atlético contro il Real Madrid? Cosa ne pensi dei campioni di Spagna? “Abbiamo visto l’ultimo e abbiamo visto che l’Atlético ha capito come affrontare il Real. Simeone ovviamente è un grandissimo tecnico, come anche Ancelotti peraltro, ed è riuscito a capire quali sono le cose fondamentali da fare per contrastare il Real: speriamo che non abbia ancora capito le nostre, visto che non abbiamo ancora giocato contro”.

Finora il nuovo tecnico della nazionale italiana Antonio Conte non ti ha chiamato. Hai parlato con lui da quando è alla guida dell’Italia? Quanto è lontana per te la nazionale? Ci pensi oppure no?“Purtroppo non ho ancora sentito il mister, ma ho seguito le partite e l’Italia ha fatto molto bene, considerato anche che arrivava dallo shock del mondiale, nel quale nessuno si aspettava di uscire alla fase a gruppi. Conte è riuscito subito a cambiare rotta e a fare risultati, anche se in Italia si è sempre critici dal punto di vista del gioco. Ma anche da quel punto di vista l’Italia è cresciuta, si vede già l’impronta del mister, anche se ci sarà ancora molto da lavorare: siamo appena all’inizio e c’è ancora tanto tempo per prepararsi all’Europeo. Come ho detto l’anno scorso per me la nazionale è un sogno, che però non deve diventare un pensiero asfissiante, perché rischia di togliermi la concentrazione sul lavoro di tutti i giorni. Se farò bene qui, la nazionale sarà una conseguenza, perché è solo dimostrando il mio valore in Bundesliga o in Champions League che forse potrò convincere Conte a chiamarmi, nel caso in cui avesse bisogno di me”. 

Conte sta lavorando molto sull’aspetto tecnico e tattico, ma anche sulla mentalità del calcio italiano: con le sue dichiarazioni, coi suoi incontri coi tecnici di Serie A e di Serie B. Pensi che l’attuale ct possa riuscire a cambiare la mentalità del calcio italiano, che in questo momento sembra un po’ fossilizzata? Deve, in qualche modo. Lui è una persona determinata, che quando vuole qualcosa cerca di ottenerla: anche alla Juventus ha lottato per molte cose. In questo momento la mentalità è fossilizzata, e per fare quel salto di qualità che ci permetterebbe di ritornare a certi livelli anche in campo internazionale serve proprio questo, una maggiore collaborazione. Siamo un po’ bloccati e serve un cambiamento, e questo potrebbe far bene alla nazionale e di riflesso anche ai club”.

Parliamo un po’ dei club che conosci per esperienza. All’Inter hai conosciuto un giocatore molto particolare come Zlatan Ibrahimovic. Che tipo è? C’è un qualche aneddoto simpatico su di lui che ti ha colpito e che ci vuoi raccontare? “Ti posso raccontare una cosa che è capitata proprio a me. Io non ci ho parlato molto di persona, visto che l’anno in cui entrambi facevamo parte dell’Inter, prima che lui andasse via, io ero ancora un giocatore della Primavera. Mi ricordo che eravamo a bordo campo e si fece male Rivas, e Mourinho mi chiese di entrare per terminare la partitella, giusto 5-6 minuti. Ci fu un calcio d’angolo a favore nostro, noi giocavamo contro, e io rimasi fuori dall’area pronto per una eventualmente ripartenza. La palla arrivò proprio a Zlatan, io cercai di anticiparlo e lui semplicemente con il braccio mi fece volare due metri. La cosa che mi ricordo di lui, a parte la tecnica che conosciamo tutti, è proprio la forza, e quando la sentii su me stesso mi resi conto che era qualcosa di disumano, mastodontico, sia nelle gambe che nella parte superiore del corpo: un vero animale, 1,90 m di puri muscoli”.

Allora non posso non farti una domanda su Mourinho. Lui che tipo è? Come differisce il suo stile nel lavoro di tutti i giorni da quello di Schmidt e di altri tecnici che hai conosciuto? E per quanto riguarda la motivazione dei giocatori? “Non ho visto ancora molti allenatori perché sono ancora abbastanza giovane, però posso dire senza ombra di dubbio che è stato il migliore di tutti. Per una parte di stagione ho avuto la possibilità e l’onore di allenarmi con loro, e il modo in cui si pone, in cui ti spiega il calcio, il fatto che trattasse me come Zanetti, nonostante fossi l’ultimo ragazzino arrivato dalla Primavera, ti fa venire la voglia di dare tutto per lui, di farti in cento pezzi per esaudire le sue richieste e il suo tipo di gioco. Io non avevo nessun problema, per me quel periodo era sempre come Natale, ma si vedeva che non solo in campo, ma anche fuori dal terreno di gioco, sapeva sempre come prendere anche i giocatori della prima squadra che avevano problemi extracalcistici, sapeva confortarli e dare loro consigli: si vedeva che era una grandissima persona, anche prima di essere un grandissimo allenatore”.

Adesso al suo posto all’Inter è tornato Roberto Mancini. Di Podolski e Shaqiri abbiamo già parlato, altri giocatori potrebbero arrivare. Cosa ne pensi della rivoluzione invernale in casa nerazzurra? La sconfitta contro il Torino è stata solo la classica partita storta da pazza Inter o un segnale più serio, visto che il gioco sembra ancora un po’ latitare? “Ho seguito anche i commenti in Italia, e penso che sia presto per giudicare il lavoro di Mancini, che è arrivato da poco. Lui ha dimostrato in Italia e in Inghilterra le sue qualità, e a me personalmente piace: è un mister che fa giocare la squadra e che dà una sua impronta, e quindi bisogna lasciargli un po’ di tempo, visto che è anche arrivato in una squadra che non aveva progettato lui. Nella seconda parte della stagione si saprà dove riuscirà ad arrivare anche in termini d’Europa, e poi dal prossimo anno dovrà dimostrare il suo blasone. L’Inter è una delle squadre più importanti d’Italia e, nonostante la crisi economica, è stata molto attiva sul mercato: penso che quella con Mancini sia la strada giusta da percorrere”.

Pensi che con Mancini allenatore e Thohir presidente, rispetto a quella che hai conosciuto tu da molto giovane, in questa Inter tu e Caldirola avreste avuto più considerazione? “All’epoca, poi io andai in prestito in varie squadre perché ero davvero giovane, l’Inter era reduce dal Triplete, e quindi non c’era nemmeno bisogno di provare nuove persone, perché il gruppo era consolidato e i giocatori erano rimasti più o meno tutti. Quel ciclo è finito e ora bisogna rinnovare, e si sa che in questi momenti le squadre sono un po’ più instabili. Penso che ora anche i giovani possano trovare spazio all’Inter, sia per quanto riguarda il mister sia il presidente, che mi sembra una persona molto propensa a creare cose nuove, dal punto di vista di investimento tecnico ma anche di marketing, e che voglia cambiare e modernizzare questa idea un po’ “vecchia” di calcio”. 

Cosa diresti a un ragazzo italiano di 21, 22 anni che fa panchina in Serie A perché gli passano davanti stranieri di dubbio valore? Perché, alla luce della tua esperienza, l’estero può essere una scelta vincente? “I consigli sono sempre personali. Io sono stato fortunato perché non ho dovuto fare una scelta molto complicata: dalla Serie B a una squadra che gioca la Champions League, con una tradizione come il Bayer Leverkusen, era facile dire di sì senza starci troppo a pensare. Di certo credo che sia importante giocare, perché quando uno è giovane deve fare esperienza, e all’estero questo viene concesso, come ai ragazzi del settore giovanile che si allenano con la prima squadra. È una questione di ritmo: ti alleni ogni giorno, inizi piano piano e poi ti adegui agli standard dei più grandi, impari qualche trucchetto e qualche giocata. All’estero questo è più facile, e per uno che trova poco spazio in Italia, forse andarsene in un altro Paese può essere meglio”.

Cosa pensi della scelta di Giovinco di passare alla MLS? “È una situazione un po’ diversa, Giovinco è giovane ma non è più un ragazzino. È un giocatore con una certa esperienza, ha già vinto 2-3 Scudetti, la sua è stata una scelta diversa a fronte di una proposta economica quasi irrinunciabile, perché penso si sia sistemato per tutta la vita. Lui in parte la sua carriera l’ha già fatta, e ha ancora tanto tempo davanti. Abbiamo visto anche Gilardino o Diamanti che sono rientrati in Italia, alla Juve aveva davvero poco spazio e quindi cambiare era quasi obbligatorio. E poi un’offerta del genere sarà qualcosa che a livello personale avrà valutato”.

Dai, sbilanciati e dimmi il tuo sogno inconfessabile per questa seconda metà di stagione.  “Non ce ne sono, magari rivivere l’emozione del gol in Champions League sarebbe il massimo a livello personale, e allora magari proverò a tirare anche da posizione impossibile! Per il resto vorrei davvero continuare a essere concentrato per migliorare a livello di squadra e personale, in modo da raggiungere un buon livello”.

Quindi testa sulle spalle e tanta voglia di lavorare.  “Sempre, sempre“.

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